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STUDI DI SETTORE: L'ESIGENZA ED IL MIRAGGIO DELLA SEMPLIFICAZIONE

pubblicato 14 feb 2016, 01:29 da Edi Barbazza
di Renzo Sartori, presidente Confartigianato Marca Trevigiana

Anche questa volta fumata bianca.
Speravamo che la partita sugli studi di settore fosse conclusa dopo la sbandierata semplificazione annunciata dall'Agenzia delle Entrate. Invece no.
Istituiti nel 1998 come strumento con il quale imporre taluni livelli di reddito  e di tassazione, oggi sono la modalità con cui vengono selezionati i contribuenti da assoggettare a specifici controlli.
Confartigianato Marca Trevigiana, sin dal 1998, è una sostenitrice della loro revisione soprattutto per le modalità di determinazione dei risultati di congruità, coerenza e normalità economica. 
Ad oggi sono disponibili i modelli degli studi di settore da allegare alla prossima dichiarazione dei redditi e, da un controllo a campione, non risulta alcuna semplificazione nella compilazione.
Rispetto ai 12 studi di settore riportati in tabella, si rileva che il numero dei campi da completare, ovvero di informazioni richieste nel 2015 rispetto al 2014, non è diminuito. I dati devono intendersi ovviamente aggiuntivi rispetto alle informazioni già richieste per la dichiarazione dei redditi, dell’IRAP e dell’IVA. 
Anche dove sembra esserci un contenimento, così non è, dal momento che è venuta meno solo la richiesta di informazioni non funzionali alla compilazione dello studio, bensì alla sua evoluzione (il cd. quadro Z). 
Quando è andata bene i campi richiesti sono rimasti gli stessi, ma nel 92% dei casi sono aumentati tra il 2014 e il 2015, con incrementi record del 15% per le lavanderie. Stiamo parlando di 634 campi da compilare
Una piccola impresa per fornire al proprio consulente le informazioni necessarie alla compilazione del documento ha bisogno almeno di una giornata di lavoro! E tutto questo perché i dati da inserire sono solo in minima parte coincidenti con quelli richiesti per l’assolvimento degli adempimenti contabili. Si tratta infatti perlopiù di informazioni relative all’organizzazione ed alla modalità di funzionamento dell’impresa, che spaziano dal quantitativo di materie prime im-piegate al numero di ingredienti usati nelle preparazioni alimentari, alla lunghezza degli scaffali, sino ad arrivare a in-cludere nelle stime il valore dei beni strumentali secondo il prezzo pagato per l’acquisto, come se fossero sempre nuovi di zecca.
Non basta. Dimenticare di indicare un transpallet o sbagliare la misurazione della lunghezza degli scaffali comporta l’inesorabile applicazione di sanzioni.
Ma c’è dell’altro: esaurita l’era dell’aggressione verificatoria, basata sull’assunto che “se i tuoi ricavi sono inferiori a quelli stimati dagli studi di settore, allora hai certamente evaso, salvo tu non mi convinca del contrario (cosa che ovviamente è impossibile fare)”, ci si trova oggi di fronte agli indicatori di coerenza e alla sistematica proposizione di accertamenti generali a danno dei soggetti che presentano scostamenti anche minimi. Attribuire agli indicatori di coerenza un valore accertativo sostitutivo è decisamente azzardato.
Gli studi di settore dovrebbero selezionare con rigore e scientificità i contribuenti infedeli. Non si deve cedere alla ten-tazione di fornire all'Agenzia delle Entrate strumenti di valenza generale, buoni a tutto come gli antibiotici ad ampio spettro.
Ci chiediamo  inoltre perché l'immensa  mole di informazioni costituente la banca dati degli studi di settore non venga messa a disposizione di tutti i contribuenti che hanno fornito i dati stessi e che invece, per potervi accedere, sono costretti a pagare.

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Edi Barbazza,
14 feb 2016, 01:29
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