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ECONOMIA TREVIGIANA IN CHIARO SCURO

pubblicato 12 gen 2016, 06:08 da Filippo Fiori
di Renzo Sartori, presidente Confartigianato Marca Trevigiana

Manifatturiero al rallentatore, ma a dare una scossa potrebbero arrivare le ristart up. Questa tendenza, insieme ad altri dati, caratterizza il bilancio tracciato da Confartigianato Marca Trevigiana sulla base dei dati del registro delle imprese.

Il raffronto settembre 2015 su settembre 2014 e l’analogo periodo 2013-2014 conferma la crisi del settore edile con oltre 200 imprese in meno, valore di poco inferiore alla variazione registrata nel biennio precedente.

In buona salute il settore alimentare che continua una lenta crescita.

Aumenta l’agglomerato dei servizi alle imprese rilevando +198 realtà nell’ultimo biennio rispetto all’incremento di +140 del precedente biennio. La maggiore crescita si registra nelle attività legate alla positiva dinamica del turismo, in prevalenza alloggi, sia pure nel suo limitato apporto al PIL.

Crescono le imprese al femminile (62) e, soprattutto, le imprese giovani (491) trainate da servizi tradizionali e imprenditori  stranieri (132).

Il settore manifatturiero riduce la dinamica negativa con una perdita di 135  imprese rispetto alle -305 del periodo 2013-2014.

Cala l'artigianato (circa 150 imprese) anche per il minore appeal dell’iscrizione all’albo.

Anche il dato relativo alle start up innovative, ad oggi 77, vede imporsi il settore dei servizi alle imprese, +53 prevalentemente nei comparti dell’informatica e del commercio digitale, rispetto alle sole 14 nuove unità classificate nel manifatturiero. Ciò che preoccupa è proprio la scarsa dinamica di questo settore. La crescita dell’export trevigiano e i primi effetti del rientro di produzioni dall’estero (più sbandierato che concreto) sembrano interessare le imprese già attive, piuttosto che far nascere nuove imprese. Questo dato, comunque non  negativo, ci accompagnerà per il 2016 e anche oltre.     

Gli interrogativi che l’economia trevigiana deve porsi sono: fino a che punto è sopportabile un calo di vocazioni manifatturiere in una provincia tra le più manifatturiere d’Italia e quali soluzioni offrire al problema delle figure professionali carenti, come nel caso di orlatori e rifinitori per i settori intimo e calzaturiero?

Nella manifattura c’è scarsità di esperienze manageriali disposte a mettersi in gioco. Per far nascere un’impresa occorre “sporcarsi le mani e portare esperienze vissute” anche  quando  l’obbiettivo è cambiare prodotti, materiali e processi. Uno spiraglio può venire dal “grembo”  delle imprese attive e reattive, disposte a staccare da sè una nuova esperienza imprenditoriale o spin off che si voglia definire.

Se i progetti “dormienti” e potenzialmente interessanti incrociano Università, acceleratori e imprese che finanziano, potremmo assistere al fenomeno del ristart up. Fare un’impresa in un ambiente già imprenditoriale non è come partire da zero. Contano l’idea e il progetto, ma conta  anche chi ti accompagna con metodo e rigore e ti aiuta a non mollare quando magari sei vicino al traguardo. Occorre creare ambienti più favorevoli e superare rigidità che per anni ci hanno accompagnato, come gli steccati tra settori.

Abbiamo voluto proprio in Treviso, ed è un esempio, il diploma di meccanica del legno. Così come in Treviso sono state avviate delle esperienze imprenditoriali che applicano la sensoristica nei più svariati settori. Ripensare casa e arredo in questa chiave può aiutarci a dare un contributo alla ripartenza.

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