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CASO POPOLARI: LE CONSEGUENZE PER LE GLI ARTIGIANI

pubblicato 03 apr 2017, 02:48 da Edi Barbazza
di seguito l'intervista al presidente Vendemiano Sartor sul caso Popolari a cura di Marco Milioni, pubblicata sul quotidiano online vvox .it 

«Su Veneto Banca e Popolare di Vicenza noi siamo davvero preoccupati. In primis per la lentezza con cui tutti i decisori reali stanno procedendo sulla strada di una soluzione definitiva per il rilancio dei due due istituti». Non ha dubbi Vendemiano Sartor, presidente della Confartigianato della provincia di Treviso. Imprenditore del ramo trasporti, già assessore democristiano alle attività produttive di San Polo di Piave e poi sindaco, è stato anche titolare del corrispondente assessorato regionale dal 2008 al 2010, era Galan. Già presidente di Confartigianato Veneto dal 2001 al 2008 ha vissuto in pieno gli anni in cui il sistema bancario regionale sembrava avviato verso un espansionismo senza limiti, che ora sta pagando tutto e con gli interessi.
Nella sua analisi Sartor fa una distinzione: se da una parte «non sono tantissime le imprese affiliate alla nostra associazione che soffrono per la svalutazione delle azioni di Veneto Banca e di BpVi, dall’altra parte però è altrettanto vero che il rovescio dei due istituti ha avuto conseguenze drammatiche in termini di risparmi andati in fumo. Se si pensa che i piccoli risparmiatori sono il cliente tipo degli artigiani, si può capire bene il cuore del problema». Esempio: «Se io piccolo risparmiatore ho perso una parte o peggio quasi tutto di ciò che avevo messo via è normale che ritardi le spese: significa che non vado dal meccanico, dal carrozziere, che non riammoderno la casa, che non chiamo l’idraulico se non ne ho la stretta necessità, che non vado dal mobilificio del mio paese. Se a questo si aggiunge che lo sconquasso di Vb e BpVi è giunto dopo l’altra batosta della crisi del 2008, che ha interessato specie il mattone, si comprende la portata di quanto accaduto».
Il mattone, pietra angolare del disastro: «Le attività che in qualche maniera connesse alle costruzioni e all’edilizia – spiega – valgono da sole il 40% dell’attività dei nostri affiliati. A questo si aggiunge il fatto che i piccoli lavori che i nostri ottengono dalle amministrazioni comunali (la riparazione del marciapiede piuttosto che la sistemazione dell’aiula) languono per le difficoltà di bilancio degli enti locali». Fortuna che ci sono stati, sottolinea, «gli ecoincentivi statali per la casa, che pur non essendo somme gigantesche hanno permesso a tanti piccoli artigiani di venire incontro alle richieste di clienti che senza quegli sgravi difficilmente avrebbero messo mano al portafogli».
Il problema, ormai arcinoto, è contenuto in una parola diventata un’ossessione: fiducia. «Non è stato ricostruita la fiducia attorno alle ex popolari venete. Le prospettive di una uscita vera dalla impasse non ci sono. Perché se è vero che un 70% degli azionisti ha detto no all’azione civile, che cosa succederà con il restante 30%?». Il riferimento è alla recente sentenza del Tribunale di Verona che ha condannato BpVi a risarcire in toto una azionista. Si tratta di un pronunciamento che potrebbe costituire un precedente tanto che Sartor legge la situazione in questi termini: «Se rimane una situazione di incertezza di questo tipo quale sarà l’investitore che ci mette del suo? Come sarà possibile bloccare l’emorragia di chi chiude il conto per aprirlo da un’altra parte? Molto meglio sarebbe stato se chi di dovere avesse proceduto con la realizzazione di due banche in cui portare quella parte della operatività che ancora funziona bene, lasciando il resto in due bad bank su cui scaricare anche l’onere del contenzioso» e sulle quali far intervenire mano pubblica.
L’orizzonte di fusione fra i due istituti è un altro elemento che Sartor rileva come fonte di preoccupazione fra i suoi associati, «soprattutto per le piccole imprese che hanno un paio di fidi uno in BpVi e l’altro in Veneto Banca: se le fondono è chiaro che la cifra messa a disposizione del cliente sarà sempre ben inferiore alla somma dei due fidi a disposizione nei due differenti istituti. Questo significa che da parte nostra sarà necessario un lavoro molto attento con le nostre piattaforme di garanzia del credito. Perché oggigiorno è un attimo per qualunque imprenditore finire nella centrale rischi perché magari qualche cliente non è solvibile. Tutto ciò però deve essere anche uno stimolo per le imprese associate alla nostra rete per fare ordine nei rapporti con le banche. Il denaro ha un costo, i flussi di cassa, le spese e la programmazione delle stesse vanno ben ponderati. L’epoca in cui si andava in banca per fronteggiare qualsiasi evenienza perché poi il guadagno comunque arrivava è finita».
Parlare del mondo bancario veneto con chi presiede un’associazione di categoria nel Trevigiano significa anche parlare della Fondazione Cassamarca, e del fuoco di fila trasversale ccontro Dino De Poli, ex big della Dc veneta, quasi novanta primavere alle spalle, da un trentennio monarca incontrastato dell’ente. Sartor lo difende: «De Poli lo conosco quando era mia referente politico tanti tanti anni fa. Senz’altro qualche errore l’ha commesso, ma mi domando dove fossero cda e consiglio di indirizzo, che sono organi collegiali. Possibile che chi critica si svegli solo ora? Meglio sarebbe invece se tutte le componenti che nel cda esprimono un voto si confrontassero seriamente sulle priorità della fondazione, sulle questioni dirimenti, senza fare una querelle sui nomi. Anche perché comunque la carica di De Poli nel consiglio di indirizzo decade nel 2018» (e due anni più tardi invece è prevista quella del cda). «Che senso senso ha quindi anticipare di un solo anno una eventuale uscita del presidente dall’organo di indirizzo?»

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