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A treviso 2 fusioni

A TREVISO DUE FUSIONI

Vittorino Spessotto: in provincia solo due fusioni, meglio le unioni e le convenzioni.

I pro e i contro delle forme di aggregazione



Siamo in una fase delicata, costituente per i comuni. A fare la differenza sono la crisi, le reti informatiche, l’obbligo statale ai piccoli comuni di aggregarsi, la legge regionale 18 del 2012.
La Regione ha varato un piano di riordino, ma senza mettere particolari paletti, chiedendo ai comuni di esprimere le proprie proposte. Finora in provincia di Treviso hanno risposto solo metà dei comuni. L’Associazione Comuni Marca Trevigiana, da parte sua, ha rilanciato tre proposte-provocazione con l’obiettivo di dare un minimo di riferimento alle aggregazioni. Primo criterio: creare entità di almeno 20 mila abitanti, quindi si arriverebbe a una cinquantina di aggregazioni.

Questo il limite per avere un rapporto ottimale tra cittadini e istituzioni. A livello di studi sui bilanci, la grandezza ottimale per la gestione dei costi di struttura è 10 mila abitanti. Se si osservano invece le funzioni comunali, la grandezza ottimale è tra 20 e 40 mila abitanti.
L’altra proposta è della Cgil: passare da 95 a 30 comuni attraverso la fusione. Una scelta forte, fondata sull’analisi della spesa corrente pro capite, unendo economie di scala e maggiori entrate per i comuni più grandi. In questo scenario si sente tuttavia la mancanza di una programmazione di contesto che spetta alla politica regionale. La difficoltà è di creare un’identità territoriale. Un conto sono i vantaggi economici, un altro è creare un comune nuovo con una sua identità percepita. La provincia di Treviso era una delle più arretrate del Veneto quanto a esperienze aggregative. Le fusioni in fase di realizzazione sono la Liapiave, tra San Polo e Ormelle, e Terralta Veneta, tra Villorba, Povegliano e Ponzano.

Quanto alle unioni, nel 2012 è stata realizzata quella tra Ormelle, San Polo e Cimadolmo, che però non ci sta per la fusione. L’altra si è formata nel Quartier del Piave e Feletto con sei comuni. Un’altra unione in via di studio con sette comuni nel Montebellunese. Poi c’è la Comunità Montana del Grappa con sette comuni che hanno già convenzioni e collaborazioni. Infine i cinque comuni della Vallata, anche se Tarzo si è sfilata per guardare a Vittorio Veneto e Miane non ha ancora deciso. In attesa di formalizzare le Unioni, i comuni hanno comunque cominciato a collaborare con convenzioni. Altre unioni sono ipotizzate: la prima riguarda Mansué, Portobuffolè e Fontanelle. L’altra Monastier e Zenson con forse San Biagio. Infine nella zona di Zero Branco.

Le convenzioni sono più diffuse, ma limitate a qualche servizio. Le più ampie sono Pieve di Soligo e Refrontolo, poi Cappella Maggiore, Sarmede e Fregona con una distribuzione “stellare” degli uffici. La terza è tra Cornuda e Maser. Ma quali vantaggi e svantaggi? Minori costi della burocrazia, miglioramento dei servizi percepiti dai cittadini, nuovi servizi, garanzia di continuità dei servizi, maggiore estensione dei servizi. Con la fusione sono previsti maggiori trasferimenti statali per 10 anni, possibilità di ridurre la tassazione, riduzione dei costi amministrativi e della politica, esonero dal patto di stabilità per tre anni potendo fare opere pubbliche, possibilità di istituire le municipalità, maggiore capacità contrattuale con le altre istituzioni.

Le criticità delle fusioni: costi per le imprese dal cambio di nome del comune, danno commerciale se il nome del prodotto è legato al territorio, mancanza di una visione integrata del territorio, radicato campanilismo e paura di perdere l’identità, resistenze del personale.

Anche per le unioni dei comuni ci sono contributi regionali, esonero dal patto di stabilità, con il vantaggio di un minor impatto sul campanilismo e sull’identità, migliore rappresentatività del nuovo ente. Consente tra l’altro il recesso, per esempio se c’è un cambio di amministrazione. Però comporta maggiori oneri di start up, processi decisionali lenti e senza una tempistica obbligatoria. In Veneto si contano esperienze negative, proprio perché mancava un disegno a monte.

Per le convenzioni gli incentivi sono modesti, inoltre tutti gli atti devono essere doppi e non c’è l’esonero dal patto di stabilità. In conclusione, la convenzione è la strada di breve periodo. Quella di medio periodo è l’unione che è il vero obiettivo. Se poi ci sono i presupposti, sul lungo periodo si può pensare alla fusione. Servono però tre aspetti: volontà politica, metodo della programmazione partecipata e non improvvisata, attenzione all’organizzazione con la sua complessità e i suoi costi.


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