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NEL NOME DELLA SEMPLIFICAZIONE - CAMBIARE SI PUO', CAMBIARE SI DEVE

pubblicato 17 giu 2014, 06:20 da Giorgio Gagliardi   [ aggiornato in data 18 giu 2014, 00:30 ]
Cambiare si può, cambiare si deve - BHR Hotel - 16 giugno 2014
Qualcosa si muove nelle regole del mercato del lavoro. Lo ha confermato, pur tra molti distinguo, il convegno sul “Job act” promosso da Confartigianato Marca Trevigiana, lunedì 16 giugno a Quinto di Treviso. 
«Senza crescita non c’è occupazione», ha subito chiarito il presidente Renzo Sartori. «In Italia un eccesso di regole impedisce di creare lavoro là dove sarebbe possibile». Il tema della “semplificazione” ha così attraversato come un filo rosso i diversi interventi del convegno, L’impressione che ne è scaturita è che la legge 78/2014 abbia proposto passi in avanti, con ancora ombre da chiarire. Che il tempo sia scaduto, lo ha espresso con chiarezza il convegno fin dal titolo: “Cambiare si può. Cambiare si deve. La novità in materia di lavoro”. 
Perché, come ha ammonito il presidente Sartori, «Il lavoro è anche una questione di fiducia. Dal 2008 stiamo facendo i conti con una crisi che ha modificato molte cose. Il lavoro non può rimanere estraneo a questi cambiamenti, ancorato allo Statuto dei lavoratori. Occorre pensare uno statuto dei lavori». Infatti, i dipendenti della piccola impresa sono tuttora discriminati nei confronti della grande impresa. «Una rondine non fa primavera», ha aggiunto sartori, «ma i primi provvedimenti del premier Renzi vanno nel senso di un modo nuovo di approccio al mercato del lavoro».
Che il nodo occupazione sia centrale lo ha confermato la ricerca promossa da Confartigianato tra oltre 1.500 imprese trevigiane per capire come vedono il futuro del mercato e dell'occupazione. «Occorre innescare il circuito positivo di fiducia, crescita e occupazione», ha sottolineato il Presidente Confartigianato, aggiungendo l’impegno «d’incalzare il Governo sulle promesse fatte. Confartigianato vuole essere parte attiva per le imprese che vogliono assumere». 
«Da domani ci mettiamo al lavoro per capire come ridurre il gap tra le aziende che chiedono qualifiche e i lavoratori che possono offrirle», ha annunciato Francesco Giacomin, segretario provinciale. «In secondo luogo, Confartigianato si farà carico di garantire la formazione obbligatoria sulla sicurezza per ridurre i costi a carico delle imprese che assumono. Terzo: ci impegneremo a limitare i danni da normativa. Il limite dei 15 dipendenti previsti dallo Statuto dei lavoratori va infatti ripensato. Che problema c'è a deroghe se di mezzo c'è possibilità di nuova occupazione? Le imprese artigiane non devono pagare quella che è ormai diventata una tassa sul rischio: la somministrazione di lavoro. Cercheremo infine di capire come l'apprendistato possa trovare maggiore considerazione soprattutto a Treviso dove si è fatto molto anche sulla formazione.

Ecco di seguito la sintesi degli interventi degli esperti.
SERGIO MASET, direttore Idea Tolomeo
L’indagine è stata svolta su un campione di aziende artigiane rappresentative dell'universo provinciale. Rispetto alle previsioni di fatturato, i giudizi positivi sono aumentati di due volte rispetto a due anni fa. Un quarto delle imprese vede una situazione in miglioramento. Queste aziende hanno quattro volte tanto la propensione ad assumere. È un deciso cambio di prospettiva, perché significa: assumo per crescere. Però con differenze settoriali significative. Bene le prospettive per il metalmeccanico, con oltre il 44% di fiducia nella crescita. Non così invece nel settore moda. Positiva con prudenza la previsione di crescita nel settore legno. 
La differenza tra settori si riscontra anche nelle figure professionali richieste. La metalmeccanica cerca tecnici e operai specializzati, come in parte il settore legno, mentre i tre quarti del settore moda è orientato a operai generici. Ciò dipende anche dalle motivazioni che spingono un'azienda ad assumere. Il 54% delle aziende che assumono lo fanno per sostenere la crescita della domanda o sostenere interventi sui prodotti aziendali. Due anni fa erano il 34%. Ciò è vero soprattutto nella meccanica e nella manifattura in genere. 
La stima di nuove assunzioni, proiettate a livello  dalla ricerca, è di circa 1.500 profili, la stragrande maggioranza operai specializzati e generici. Un dato deve però far pensare: molte aziende che hanno cercato lavoratori nell'ultimo semestre ha incontrato difficoltà a trovare le persone giuste. I tre quarti non hanno trovato un profilo adeguato in termini di competenze. È un dato rilevante sulla capacità del mercato di lavoro d’incrociare domanda e offerta. 
La stragrande maggioranza delle imprese ha mostrato infine interesse a ospitare giovani in stage e anche ad assumerli senza esperienza. Anche se è considerato un vantaggio è l'aver avuto esperienza di alternanza scuola-lavoro anche all'estero. Ma cosa può aiutare l'assunzione di giovani? Al primo posto la semplificazione della normativa e delle relative procedure amministrative. Al secondo posto il costo del lavoro. 

GABRIELE BONATI, consulente aziendale MG Consulting (contratto a termine).
Con le nuove norme è iniziato un processo che vuole modificare le tipologie contrattuali. C'è la possibilità che si vada veramente in una prospettiva di semplificazione. Ma l’invito dell’esperto è a essere cautelativi perché la norma non è chiara su molti aspetti, in attesa dei chiarimenti del Ministero. La flessibilità va presa con molta attenzione. 
La legge 78/2014 ha regolamentato i contratti a termine e l'apprendistato. Anche se si è in attesa di una circolare che chiarisca molti dubbi. La nuova legge modifica il decreto 368/2001 che recepiva le direttive europee. Resta il principio che il contratto di lavoro stantard è quello a tempo indeterminato. Per questo le assunzioni a tempo determinato sono soggette a vincoli. Prima il vincolo era la causale dell'assunzione a tempo determinato. La durata massima era 36 mesi su unico contratto o sommatoria di contratti. La nuova legge 78 ha tolto la causale. Già la legge Fornero aveva previsto un contratto acausale. Ora l'acausalità passa da 12 a 36 mesi, con un massimo di cinque proroghe. Quindi il vincolo non è più la causa ma il tempo del contratto. Questo soddisfa la direttiva europea. 
Al massimo si possono avere il 20% di contratti a termine rispetto ai lavoratori assunti a tempo indeterminato in forza il primo gennaio di ogni anno. Ma molti aspetti andranno chiariti in base alle molte situazioni particolari che si possono incontrare. Sono comunque previste situazioni di deroga. 
Una di questa riguarda le aziende fino a cinque dipendenti, che possono avere un contratto a tempo determinato. E poi aziende nella fase di start up, per sostituzioni o stagionali, per spettacoli o programmi radio e tv, assumendo lavoratori over 55. 
Sono previste sanzioni pecuniarie salate per chi sfora il tetto del 20%. Attenzione, però, perché i contratti collettivi nazionale possano prevedere percentuali diverse. Se ci sono realtà locali dove c'è interesse a intervenire con assunzioni, si potrebbe però usare il contratto di prossimità che prevede accordi locali. 

RICCARDO SALOMONE, professore associato di diritto del lavoro all'Università di Trento.
L'apprendistato ha una valenza sia occupazionale che culturale. Ma attenzione, perché non è il diritto che crea la ripresa. Le norme da sole non bastano e non funzionano. L'apprendistato è un processo che viene dal basso. Se le norme sono scritte male, l'interprete tuttavia può trovare qualcosa di buono in esse. 
Anche nell'apprendistato nel “Job act” la parola chiave è semplificare. Gli interventi modificano alcuni aspetti del testo unico dell'apprendistato che è una delle migliori norme approvate. L'apprendistato, sul piano macro, non può avere la funzione di riequilibrio del mercato del lavoro. Ha però un valore culturale perché è conveniente per l'imprenditore e perché offre un contributo al funzionamento del sistema in quanto costruisce un modello di rapporto tra maestro e allievo, è un tassello di rapporto tra scuola e lavoro e tra attori pubblici e privati. Al sindacato e alle associazioni imprenditoriali la sfida di contribuire a modellare l'apprendistato in base ai bisogni. 
Le novità della norma sono poche e non molto rilevanti per l'artigianato. La prima riguarda il piano formativo individuale che è confermato quale componente essenziale dell'apprendistato. Serve a costruire il progetto di condivisione. Da solo però non basta, quello che conta è che il piano formativo abbia una rispondenza effettiva nella formazione in azienda. In questo senso è cambiato il ruolo anche degli ispettori che nell'apprendistato agiscono in una dinamica più di collaborazione che sanzionatoria.
Quanto alle realtà regionali, la legge Renzi riafferma il ruolo delle parti sociali e della bilateralità. In questo senso ci sono in Veneto spazi di miglioramento sul ruolo dell'Ebav. Quello che permane è la sensazione che negli operatori vinca la sfiducia nell'apprendistato, che sia considerato un contratto complicato, con tanta burocrazia. Invece ha meno rischi di contenzioso per esempio rispetto ai contratti a termine. E le complessità sono più apparenti che reali. Per esempio, c'è l'idea che l'apprendista non possa lavorare da solo. La formazione, invece, deve prevedere anche il lavoro in autonomia. Il tutor aziendale è fondamentale in determinate situazioni ma l'apprendista deve essere messo in condizione di lavorare autonomamente. E non è vero che è penalizza l'apprendista. È infatti possibile retribuire di più un apprendista bravo, così come è possibile che faccia lavoro straordinario. La conclusione dell’esperto riprende la premessa iniziale. Ci troviamo in una fase in cui abbiamo raggiunto il fondo, la leva per la ripresa non sono le norme ma lo spazio interpretativo che i diversi attori del sistema sanno dare. . 

SERGIO ROSATO, direttore Veneto Lavoro.
Il rapporto tra giovani e lavoro è sempre stato problematico, esiste anche negli altri paesi, anche se in Italia è più grave per problemi strutturali del sistema di istruzione, del tessuto economico e del mercato del lavoro. Ci sono poi forti differenziazioni geografiche tra nord e sud. 
Il problema non è però quantitativo. In Veneto ci sono pochi giovani e il 70% sono inattivi. I disoccupati in Veneto sono il 25%, in termini numerici significa 35 mila persone. Molto di più di altri territori europei. Perché? Perché all’estero la durata degli studi è inferiore e la formazione in più funzionale all’ingresso nel lavoro. 
Il problema vero è che molti giovani veneti entrano ed escono dal lavoro del lavoro, quindi in realtà quelli che non lavorano sono 95 mila. E la situazione va peggiorando. La maggior parte delle assunzioni tra l’altro è a termine. Solo il 18% è assunto a tempo indeterminato. A fine di questo anno scolastico usciranno circa 35 mila studenti. Tolti gli universitari, in 15 mila cercheranno lavoro. 
Nella fascia 18-29 anni le assunzioni sono diminuite del 30% rispetto agli anni pre-crisi contro il 24% generale. Diminuiscono le assunzioni a tempo indeterminato, da 48 mila 500 a 20 mila, e scende l'apprendistato, da 50 mila nel 2008 a 27 mila nel 2013. Particolarmente penalizzati sono gli esordienti. Le difficoltà dell'apprendistato derivano anche dalla formazione iniziale. L'unico ambito di modesta espansione sono le professioni intellettuali e le professioni tecniche. 
Nel primo trimestre 2014 si nota un’inversione di tendenza con una crescita di assunzioni di giovani: più 9% in Veneto e più 14% a Treviso rispetto a un anno fa. Miglioramento sensibile nei settori industriali e metalmeccanico. Ma sono assunzioni di corto respiro. 
Intanto è partito il programma “Garanzia Giovani”. Una grossa sfida per tutti perché punta a una modifica strutturale. Più che puntare sull’occupazione, il programma europeo punta sull’occupabilità dei giovani. Intende cioè creare le condizioni per cui i giovani riescano a stare nel mercato del lavoro. L'obiettivo è che in quattro mesi da quando un giovane è intercettato ci sia un'offerta di lavoro, di apprendistato, un tirocinio o il rientro nella formazione. 
Il piano nazionale è stato appena approvato dall'Europa. Ci sono poi i piani regionali. Quello Veneto è stato approvato ad aprile. Metterà in campo in due anni 83 milioni di euro per intercettare e orientare i giovani. La maggior parte sono destinati alla formazione 27 milioni 500 mila euro), e per i tirocini extra-curriculari (29 milioni 800 mila euro). I restanti fondi serviranno per l’accompagnamento al lavoro, il sostegno all'auto impiego e all'autoimprenditorialità, alla mobilità professionale transnazionale e ai bonus occupazionali, in pratica il premio quando il tirocinio si sostanzia in un contratto di lavoro). 
Obiettivi del piano regionale sono la riduzione del tempo di accesso al lavoro dei giovani, l’aumento della popolazione attiva, il sostegno a comportamenti proattiva da parte delle imprese, il consolidamento del modello cooperativo dei servizi per il lavoro. Da raggiungere in tre tappe. 1) l’intervento sull'offerta, con l’impegno a intercettare almeno 40 giovani quest'anno. 2) Gli Youth Corner come punto di accesso. 3) I bandi per misure di politiche attive su informazione, orientamento e supporto.
Finora accadeva che venissero intercettate persone che si presentavano ai servizi per l'impegno per i sussidi o la prima volta in cerca di lavoro. Venivano raccolti i loro curricula ma poi non tornavano più. Il programma “Garanzia Giovani” intende rompere questo circolo vizioso. Però il sistema pubblico per l’impego ha acquisito in questo modo un granfe patrimonio di curricula e di profili ed è alla ricerca di interlocutori per intercettare la domanda di professionalità e competenze. È un invito anche alle associazioni di categoria. 
Tenendo conto, però, che ci sono lavoratori che prendono sussidi troppo a lungo e non hanno voglia di tornare al lavoro. Per questo le aziende non riescono a trovare le persone che cercano. 
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Giorgio Gagliardi,
17 giu 2014, 09:31
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Giorgio Gagliardi,
17 giu 2014, 09:28
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Giorgio Gagliardi,
17 giu 2014, 09:30
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