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IMPRESA E PERSONA, NUOVO SERVIZIO IN UNA LOGICA DI RETE SOCIALE

pubblicato 9 mag 2014, 00:44 da Maurizio Venturino   [ aggiornato il 9 mag 2014, 00:44 da Giorgio Gagliardi ]

Prove di dialogo tra sociale e impresa. Dopo le esperienze degli sportelli anti-suicidi a livello mandamentale, nasce “Persona & Impresa”, un servizio di sostegno alla persona e all’impresa. Un progetto di Confartigianato Marca Trevigiana dedicato a quanti stanno attraversando un difficile momento, anche a causa della perdurante crisi economica. 

Il “welfare” è uno dei fronti su cui si gioca il futuro della provincia. La coesione sociale, infatti, è un fattore di competitività territoriale. Ed è un ambito dove più forte si sente la necessità di “fare sistema”. Una sfida che si gioca soprattutto nelle Ulss. Per questo abbiamo sollecitato sul tema del rapporto tra impresa e sociale un osservatore privilegiato come Ubaldo Scardellato, direttore dei Servizi sociale e della funzione territoriale dell’Ulss 9 di Treviso, dopo aver ricoperto per molti anni un analogo incarico nell’Ulss 13 di Dolo-Mirano. 

Come sta cambiando oggi il welfare e come cambierà in prospettiva in provincia di Treviso?

«Occorre intenderci sulle parole. Welfare può voler dire molte cose. Nel concetto di “star bene” entrano molti fattori. Una persona sta bene non solo perché fisicamente non ha malattie, ma anche perché ha una casa accogliente, un posto di lavoro e via dicendo». 

Welfare come aiuto a persone in difficoltà. L’Ulss è il punto di riferimento quando una persona ha un problema, sia essa un anziano, un disabile, un minore. È dunque un osservatorio privilegiato anche per capire l’evoluzione del rapporto tra impresa e sociale. Due mondi che fanno fatica a dialogare Quale rapporto sarebbe invece possibile e auspicabile?

«Da tempo esiste in Veneto il “piano di zona”, lo strumento di programmazione quinquennale che la comunità di quel territorio si dà sui temi socio sanitari e sociali. Nel “piano di zona” non si parla quindi di politiche della casa o del lavoro, bensì di tutti quei servizi e interventi ad alta integrazione sanitaria e sociale».

Insomma, è una sorta di piano regolatore dei servizi socio sanitari?

«Meglio ancora, dei servizi alla persona e alla comunità. Ebbene, devo dire che sia qui a Treviso che nella mia precedente esperienza a Dolo e Mirano, al tavolo di programmazione dei “piani di zona” mancano i cosiddetti attori produttivi. Ci sono le cooperative, i sindacati, le associazioni, i volontari, ma mancano gli imprenditori. E questo non perché non siano state invitati».

Ne ha parlato con i diretti interessati, cioè le associazioni di rappresentanza?

«Sì, in occasione della presentazione della nuova dirigenza dell’Azienda sanitaria al direttivo di Unindustria Treviso, della quale peraltro l’Ulss 9 è socia. Abbiamo sottolineato l’assenza degli imprenditori al tavolo del piano di zona. Le uniche imprese rappresentate sono le cooperative sociali, tutte le altre realtà imprenditoriali non ci sono».

Perché quest’assenza?

«Forse perché le politiche sociali, in senso ampio, vengono viste distanti dall’impresa. Perché forse, mancando un interesse diretto, si sottovaluta il valore della partecipazione. Dall’incontro con il mondo imprenditoriale sono sicuro che potrebbero nascere idee e progetti interessanti. Per questo spero che i tempi siano maturi per risolvere positivamente il rapporto tra impresa e sociale». 

Cosa potrebbero fare le imprese nel sociale?

«L’ambito più immediato riguarda l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. A parte l’obbligo di legge d’inserire disabili, ci sono anche percorsi per persone che non hanno bisogno di un posto di lavoro propriamente detto, quanto piuttosto di un ambiente dove riprendere un rapporto con la vita normale. Per questo è importante che il mondo dell’impresa conosca meglio le opportunità di collaborazione che possono nascere».

Nei piani di zona un ruolo importante è giocato dai comuni. Quanto riescono a far sintesi dei diversi campanili per arrivare a una progettazione condivisa?

«Un piccolo comune può stare con il suo campanile solo in rete con gli altri comuni. Un esempio. Per Portobuffolè dover pagare le rette di una struttura tutelare per due minori stranieri non accompagnati significa mettere in crisi il proprio bilancio. Grazie al sistema solidaristico, quei due minori sono gestiti da tutte le comunità che fanno capo all’Ulss 9. Il piano di zona, in questo senso, costringe i comuni a confrontarsi e a fare sintesi». 

Un bel problema mettere tutti d’accordo…

«Vero. Tra l’altro, più l’Ulss è grande e più è faticoso trovare la sintesi. Questo è un aspetto da tenere conto nel momento in cui la Regione deciderà di riorganizzare le Ulss, soprattutto se prevarrà l’ipotesi di un’unica Azienda provinciale». 

Come va il dialogo tra le tre Ulss della provincia?

«L’area vasta sta funzionando bene, soprattutto per alcuni aspetti programmatori. Le politiche sanitarie sono fortemente influenzate dalla programmazione regionale. Nelle politiche sociali, dove abbiamo più margine decisionale, il rapporto tra le nostre Ulss è ottimo». 

Insomma, il settore socio-sanitario è quello dove il territorio riesce a fare meglio sistema?

«Sì, è così».

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Giorgio Gagliardi,
9 mag 2014, 00:44
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