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IL LAVORO TRA IDEOLOGIA E OCCUPAZIONE: IL PUNTO DEL PRESIDENTE SARTORI

pubblicato 24 ott 2014, 07:07 da Giorgio Gagliardi   [ aggiornato in data 27 ott 2014, 01:36 ]
Jobs ActAbbiamo colto volentieri l’occasione che CGIA Mestre ci ha offerto nel voler trascorrere un sabato operoso presso la Fornace di Asolo per condividere una riflessione sul lavoro.
Il tema è drammaticamente attuale, sia per i livelli che ha toccato la disoccupazione nel nostro Paese, sia per il dibattito che c’è stato, che c’è e ci sarà attorno alle misure raccolte nel Jobs Act, a partire dal tentativo di evitare il condizionamento sempre più improduttivo dell’arroccamento ideologico attorno all’attuale formulazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, un testo approvato 43 anni fa dal Parlamento italiano.
La Cgil ha pieno diritto a manifestare, anche da sola com’è accade oggi, ma non può ignorare che sono le condizioni del nostro sistema produttivo e le regole della competizione globale a determinare il mercato del lavoro.
Non può ignorare, soprattutto, che dal 1970 ad oggi il mondo è radicalmente cambiato. E mentre c’è una CGIL massimalista, non possiamo che apprezzare il segretario della CGIL di Ragusa che ha il coraggio di denunciare la situazione di incivile degrado in cui vivono le lavoratrici rumene impegnate nella raccolta del pomodoro nelle serre di quella zona.
La globalizzazione ha ridistribuito le aree produttive, secondo le geografie dei costi del lavoro, delle densità innovative e dei consumi .
Il comico Crozza, qualche giorno fa, imitava il sindacalista Landini chiamando a raccolta gli operai per occupare le fabbriche che, lo stesso Landini, in formato Crozza, appellandole marchio per marchio, scopriva con ingenua meraviglia essere chiuse da anni. E si chiedeva: “come possiamo occupare una fabbrica chiusa?”.
È un’immagine plastica che ben descrive la situazione.
Importanti fabbriche sono purtroppo definitivamente chiuse; altre hanno ridimensionato l’occupazione; l’edilizia è crollata; lo Stato deve smagrirsi e qualcuno, anziché contribuire con ricette credibili e sostenibili a cambiare la situazione, continua a invocare un tanto importante quanto astratto diritto al lavoro.
La crescita, il recupero di produttività, la valorizzazione delle grandi potenzialità italiane, l’efficace uso dei pochi soldi italiani e delle importanti risorse comunitarie dovrebbero essere le priorità per tutte le forze sociali.
E invece assistiamo a dibattiti che, sulla base di ideologie non compatibili con la realtà che viviamo, fanno largo uso di slogans ideologici e poco si dedicano all’officina delle misure possibili.
E di misure vogliamo parlare, a partire dal Jobs Act per continuare la riflessione, grazie agli apporti dei relatori e grazie al libro del giornalista Walter Passerini, con la sua autorevole carriera dedicata al lavoro.
Il libro s’intitola “La guerra del lavoro” e già questo dà l’idea della situazione.
Recita la presentazione di copertina:
“precariato, disoccupazione, licenziamenti; perché nessuno è al sicuro; come trovare un posto dignitoso in un conflitto ormai globale”. E continua: “è una guerra che arriverà anche nelle città e nei piccoli territori, sconvolgendone i sistemi. Una guerra pervasiva, dalla quale nessuno potrà sentirsi al riparo”.
Sono concetti duri, poco piacevoli, che ci invitano a fare qualcosa, consapevoli che siamo in un’emergenza.
Fare qualcosa comporta dover conoscere, confrontarsi, mettersi in gioco e sentirsi più responsabili anche come parte sociale.
La crescita, che significa anche salvaguardia di tutta l’economia che comunque può avere un futuro, ha bisogno di misure e strumenti meno complicati e più efficaci. Ha bisogno, soprattutto, di una straordinaria e corale collaborazione, banche comprese.
Sei mesi fa Confartigianato Marca Trevigiana, in un’iniziativa denominata “Cambiare si può, cambiare si deve: le novità in materia di lavoro”, incoraggiava il superamento di ostacoli, indicandoli uno a uno, ostacoli che nella sola nostra provincia impedivano o ritardavano quasi 1.000 assunzioni in altrettante imprese artigiane.
Qualche ostacolo è stato rimosso, altri sono rimasti.
Nei giorni scorsi il Governo, consapevole della gravità, così almeno ci pare, ha proposto misure, nella legge di stabilità 2015, per la prima volta forti e decise. Speriamo non giungano tardive.
Togliere il lavoro dall’IRAP, che significa ripristinare il buon senso, e azzerare i contributi per i neoassunti, sono provvedimenti importanti, che condividiamo.
Non bastano, ma sono un punto di partenza per allargare l’impegno in tema di riordino di strumenti pubblici, per semplificare gli aiuti, per adottare politiche attive di ricollocamento dei disoccupati, per favorire un reale rapporto tra scuola e lavoro.
Non c’e’ lavoro senza imprese, senza partite IVA, senza professionisti, senza il datore di lavoro pubblico, meno ridondante e privilegiato di quanto lo è oggi.
Non c’è lavoro senza mercati, un tempo locali e domestici, oggi extraeuropei in progressiva crescita.
Non c’e’ lavoro senza incoming turistico, dove l’Italia ha importanti margini di recupero.
Non c’è lavoro senza lavoratori consapevoli e proattivi, che diventino sempre più imprenditori di se stessi e del proprio destino.
Non c’è lavoro senza ammortizzatori veri che, anziché agevolare il mestiere di disoccupato a vita, cito Alitalia per tutti, operano nell’esclusivo interesse di riportare il disoccupato, quanto prima, nell’ambito lavorativo.
Non c’è lavoro senza formazione adeguata, per competenze e coerente con il mercato della domanda.
Non c’e’ lavoro senza un moderno sistema che agevoli il collocamento; sistema che ha visto fallire, nel nostro Paese, il pubblico collocatore e passare il testimone alle agenzie private di intermediazione del lavoro.
Non è una situazione né ottimale né definitiva, almeno ce lo auguriamo.
Non abbassiamo la guardia.
Cerchiamo di mettere al servizio della causa le nostre migliori energie e percorrere tutte le strade per ridare dignità al lavoro e all’impresa, qualunque essa sia.
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Giorgio Gagliardi,
27 ott 2014, 01:49
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Giorgio Gagliardi,
27 ott 2014, 01:50
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