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FISCO COMUNALE, QUANTO INCIDE SUI CONTI DELLE IMPRESE

pubblicato 9 mag 2014, 00:53 da Maurizio Venturino   [ aggiornato il 9 mag 2014, 00:53 da Giorgio Gagliardi ]

Non tutto il fisco dipende da Roma. Tra accelerazioni e frenate, negli anni si è creata una selva di addizionali e aliquote il cui valore dipende dalle decisioni dei Comuni. Per questo il tema fiscale entra di diritto nell’agenda dello sviluppo della Marca Trevigiana. Lo dimostra la storia ipotetica, ma realistica, che raccontiamo qui di seguito.

Il signor Rossi, titolare di una piccola attività artigiana di autoriparazione a Treviso, è riuscito ad acquistare un piccolo capannone di 500 mq nel quale ha insediato la propria attività. Con alterne fortune, è riuscito comunque a realizzare un utile d’impresa lordo di 30.000 euro. E il salasso comincia, con 7.720 euro di Irpef, a cui se ne aggiungono 369 per addizionale Irpef regionale e altri 180 per l’addizionale comunale. Solo alla Provincia non vanno soldi. Totale prelievo Irpef: 8.269 euro. 

Fin qui la fiscalità locale si è presa le briciole, solo 549 euro, pari al 6,6 per cento del totale versato. Ma al conto va aggiunta l’Irap. Poca roba, il signor Rossi se la cava con 1.170 euro, il che porta il prelievo locale a 1.719 euro. A far calare ulteriormente l’utile ci pensa poi l’Inps che chiede circa 6.660 euro per i contributi.

Il gruzzoletto dell’artigiano a questo punto si è drasticamente ridotto a 13.901 euro. Tutto a posto? Neanche per sogno. Entra in scena l’apoteosi dell’ingegno “tassatorio”, ultimo prodotto che il legislatore nazionale ha scaricato sui Comuni: Iuc – Imposta comunale unica. Dietro l’ennesimo acronimo si nascondono l’Imu – Imposta municipale unica, che però non è “unica” per nulla, la Tasi – Tassa sui servizi indivisibili e la Tari – Tassa sui rifiuti.

Anche se non è ancora ben chiaro quanto e come si pagherà, proviamo a calcolarle. Per l’Imu su una rendita catastale di 2.500 euro, il comune di Treviso chiederà circa 3.045 euro, dei quali 2.660 andranno allo Stato. Per la Tasi, ad aliquota massima del 2,7 per mille, se ne andranno altri 595 ero. Infine, per i rifiuti urbani saranno necessari probabilmente ulteriori 1.655 euro. Ricapitolando, il signor Rossi dovrà sborsare, per “falsi tributi locali”, altri 5.295 euro, dei quali 2.660 allo Stato e 2.635 al Comune.

L’artigiano per vivere dovrà perciò accontentarsi di 8.606 euro. Il 71,3 per cento del suo utile se n’è infatti andato con tasse, imposte e contributi. 

Interessante è capire i vari rivoli in cui si suddivide il totale dei versamenti effettuati dall’artigiano. Per prima cosa, i contributi Inps pesano per circa un terzo (31,1%). Il complesso del prelievo tributario vale 14.734 euro. Di questi, 8.269 euro, pari al 56,1%, sono calcolati sulla base del reddito effettivamente prodotto. L’Irap, che vale il 7,9%, è parzialmente computata sul reddito prodotto. Mentre i restanti 5.295 euro, il 36% del carico fiscale complessivo, sono invece calcolati esclusivamente su base patrimoniale.

Eppure la Costituzione sulla questione è chiara. «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività», recita il secondo comma dell’articolo 53. Come la storia del signor Rossi ha dimostrato, nell’attuale fisco italiano ciò è vero solo in parte. Meglio sarebbe introdurre una piccola modifica costituzionale: «Il sistema tributario è informato, per il 64,02%, a criteri di progressività».

Uno studio di Confartigianato ha analizzato l’impatto dell’accoppiata Imu-Tasi sulle imprese. Che si tratti di impresa manifatturiera, software house, autofficina, ristorante o panificio poco cambia. Si pagherà sempre e comunque di più rispetto all’anno scorso. La deducibilità Imu scenda infatti dal 30 al 20%. Sparisce poi la Tares sui servizi indivisibili, ma scatta la Tasi la cui aliquota standard è stata fissata all’un per cento e quindi costerà di più. Ma non finisce qui, perché sulla Tasi i Comuni possono rincarare l’aliquota, spingendola fino al massimo dell’1.9%. Giusto per dare qualche numero, un’azienda manifatturiera con un capannone di 1.400 mq. nel 2013 ha pagato 6.250 euro di Imu-Tares, mentre quest’anno pagherà da un minimo di 6.673 a un massimo di 7.275 euro, con un rincaro quindi del 16,4%. 

Il dilemma è degno di una tragedia shakespeariana: far quadrare i bilanci esangui dei Comuni oppure vampirizzare le casse vuote delle imprese, allontanando la ripresa? Con l’ulteriore variabile di aliquote a macchia di leopardo, diverse da Comune a Comune. 

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