SALA STAMPA‎ > ‎Approfondimenti‎ > ‎Notizie Focus‎ > ‎

CITTA' METROPOLITANA, AREE METROPOLITANE, REGIONE URBANA, UNIONI DEI COMUNI: QUALE PRIORITÀ?

pubblicato 22 set 2014, 03:14 da Giorgio Gagliardi   [ aggiornato in data 22 set 2014, 03:28 ]
La città metropolitana in Italia, come previsto dalla Costituzione e attuato dalla legge Del Rio, è un ente locale con un suo organo di governo, competenze, personale, bilancio: nella nostra regione, stanti le attuali leggi di riforma, esiste un ente “Città Metropolitana” coincidente con il territorio della provincia di Venezia.

Nelle intenzioni della legge 56/2014 le Città Metropolitane sono enti con poteri e competenze ampi, finalizzati allo sviluppo del loro territorio. 
A differenza delle città metropolitane, la (nuova) Provincia è invece un ente che si caratterizza essenzialmente per funzioni di coordinamento di area vasta  e di supporto per i comuni che la compongono. Un elemento della riforma che accomuna entrambi gli enti, Città metropolitane e Province, è il fatto di essere enti di secondo livello.
La sostanza del rapporto che la Città Metropolitana e la nuova Provincia intrattengono con i rispettivi comuni è però profondamente diversa.
La Città Metropolitana, ad esempio, acquisisce la funzione di pianificazione territoriale generale, potendo fissare “vincoli e obiettivi all'attività e all'esercizio delle funzioni dei comuni compresi nel territorio metropolitano”. La Città Metropolitana dovrebbe agire come una sorta di grande comune che ha come nucleo centrale la città capoluogo il cui sindaco, non a caso, è anche il sindaco metropolitano. 

Al contrario, le province quali enti con funzioni di area vasta, esercitano le seguenti funzioni fondamentali: 
a) pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza;
b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in  materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente; 
c) programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale; 
d) raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali; 
e) gestione dell'edilizia scolastica; 
f) controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e promozione delle pari opportunità' sul territorio provinciale. (L.n. 56/2014) non rimandano ad alcuna attività di indirizzo sovraordinato ai comuni per i quali svolge invece, d’intesa con gli stessi, attività di supporto.

Le Unioni dei comuni sono anch'essi enti locali di secondo livello che possono essere costituiti da due o più comuni per l’esercizio associato di funzioni o servizi di loro competenza. Va osservato che l’opzione della gestione associata intercomunale, lasciata alla assoluta volontarietà dei comuni, ha prodotto negli anni risultati a macchia di leopardo, mediamente non significativi.
I decreti succedutisi dal 2010 hanno provato con scarso successo ad intervenire su questo punto. Il decreto Legge 78/2010 (conv. Ln. 122/2010) ha introdotto l’obbligo alla gestione associata per i comuni più piccoli ma ha mancato di indicare tra quali comuni avrebbe dovuto realizzarsi la gestione associata assegnando invece alla piena responsabilità delle amministrazioni regionali l’individuazione degli ambiti territoriali ottimali. La normativa nazionale stabiliva infatti che “spetta alle Regioni individuare, con propria legge, la dimensione territoriale ottimale per lo svolgimento in forma associata delle funzioni fondamentali dei comuni”. Va da se che indicare che le regioni “dovevano” individuare gli ambiti ottimali specificando però che solo i comuni più piccoli (sotto i 5.000 abitanti) erano obbligati alla gestione associata significava richiedere alle regioni un disegno politico prima ancora che amministrativo. 
In buona parte le regioni, e fra queste anche il Veneto, si sono guardate bene dal decidere.
Ha fatto eccezione l’Emilia Romagna che si è spinta avanti nel percorso di ri-articolazione funzionale del territorio creando 46 ambiti territoriali ampi (il 60% ha una dimensione superiore ai 50 mila abitanti ) e allargando a tutti i comuni l’obbligo di gestione associata per un insieme ampio di funzioni. 

Il nodo degli ambiti territoriali è stato demandato dalla legge Del Rio alla conferenza unificata tra Governo, Regioni, Comuni e Province. Nella conferenza unificata dello scorso 5 agosto il governo e le regioni si sono impegnate a dare risposta su questi punti entro la conferenza di settembre.
Per affrontare, infine, il concetto di “area” urbana o metropolitana, è utile prima di tutto riferirsi alla definizione operativa di aree urbane funzionali (functional urban area) adottata dall’Ocse. Con questa si indica – semplificando - un territorio individuato da un nucleo (core) particolarmente denso (la cui densità è misurata in abitanti per chilometro quadrato) che assomma ad almeno 50 mila abitanti e da una cintura (hinterland) il cui profilo è individuato dal grado e dalle direttrici di pendolarismo tra nucleo e hinterland. 
Dall’applicazione di questa definizione l’Ocse individua in Veneto alcune distinte aree urbane funzionali: 
- l’area urbana di Venezia, di oltre 500 mila abitanti, classificata come “area metropolitana”; 
- l’area urbana di Verona, di circa 470 mila abitanti, classificata come “media area urbana”;
- l’area urbana di Padova, di circa 460 mila abitanti, classificata come “media area urbana”;
- l’area urbana di Vicenza, di circa 220 mila abitanti, classificata come “media area urbana”;
- l’area urbana di Treviso, di circa 180 mila abitanti, classificata come “piccola area urbana”.

Perché è utile riferirsi alla definizione Ocse? Per almeno due ragioni. Primo perché è stata adottata dalla Comunità Europa come criterio di individuazione delle aree urbane. Secondo perché, per l’individuazione delle aree, non si riferisce a perimetri amministrativi ne, tanto meno, a visioni politiche, bensì a fenomeni osservabili. 

Ora, ragionando di fenomeni, funzioni e attività bisogna domandarsi di volta in volta: a quale scala ciò di cui si discute è rilevante? Entro quali bacini territoriali si organizzano determinate funzioni? Come variano i bacini al variare delle funzioni? In relazione al pendolarismo sistematico per lavoro, il Veneto appare strutturato, oltre che nelle aree urbane di primo livello sopra indicate, in numerose aree urbane funzionali di secondo livello, i cui centri corrispondono alle medie città della regione. Una geometria grosso modo analoga la troveremmo anche osservando i bacini di fruizione delle scuole superiori o dei servizi sanitari. Questi elementi andrebbero dunque opportunamente considerati anche per l’individuazione degli ambiti territoriali di gestione associata dei comuni.

In allegato sono disponibili i riferimenti normativi.
Ċ
Giorgio Gagliardi,
22 set 2014, 03:26
Ċ
Giorgio Gagliardi,
22 set 2014, 03:26
Ċ
Giorgio Gagliardi,
22 set 2014, 03:26
Ċ
Giorgio Gagliardi,
22 set 2014, 03:26